CRISI DEL CAFFE' (cosa dobbiamo aspettarci)


c'é chi non può farne a meno e chi non può farne a meno !



C'è una crisi del caffè che ci aspetta e non stiamo facendo niente. Se i cambiamenti climatici sono ineluttabili, l'uomo abbandona piantagioni e deforesta. Abbiamo fatto il punto con Enrico Meschini.





Dicono sia insito nella natura umana prendere atto di una situazione solo nell’ineluttabilità del momento. Per dire, il caffè nella credenza c’è ancora, no? Ci penseremo più avanti, quando dovremo razionare la nostra dose quotidiana. O chissà cosa altro succederà alla luce della crisi del caffè che ci aspetta.

Su queste pagine, ho snocciolato qualche numero in passato parlando di prezzi medi in tazza. Ho anche fatto cenno ai possibili scenari futuri proprio in fatto di sostenibilità ambientale e varietà resistenti nel pezzo in difesa della robusta, ma non ho mai approfondito più di tanto la questione legata al cambiamento climatico e a come questo possa ripercuotersi sul mercato del caffè.

Poi sono incappata in uno studio del 2019 condotto dai ricercatori della Royal Botanical Gardens di Kew, secondo cui circa il 60 % delle 124 specie del genere Coffea, di cui fa parte anche l’arabica sarebbe vulnerabile o a rischio estinzione, e mi è presa l’ansia. Dovremo razionare il caffè? La mia dose di caffeina quotidiana è a rischio?



La studio, pubblicato su Science Advancedgiunge a questa conclusione basandosi sui criteri redatti nella red list dell’Unione internazionale per la conservazione della natura, in cui sono indicati i parametri con cui valutare appunto il rischio estinzione di una specie animale o vegetale. Nel caso delle arabica si ipotizza che l’innalzamento delle temperature e l’aumento di eventi atmosferici violenti come alluvioni o gelate fuori stagione -ormai frequenti e correlati al cambiamento climatico- unitamente a deforestazione e alla diffusione di malattie e parassiti, renderanno molte zone inospitali, con conseguente perdita di biodiversità.

I ricercatori si concentrano sulle specie selvatiche – individuando in queste una possibile risorsa nell’ottica della sostenibilità – in quanto dotate di buona tolleranza climatica e in particolare la tolleranza alla siccità, alla resistenza ai parassiti e alle malattie, ma anche di un contenuto di caffeina basso o nullo e di corredo sensoriale che possa contribuire positivamente al risultato in tazza.

Il monito dei ricercatori dei Royal Botanical Gardens è rivolto quindi ai governi, perché si attivino nel favorire politiche virtuose in grado di arginare l’inevitabile scenario che si prospetta se nulla sarà fatto. Lo studio mi è parso autorevole e sono sufficientemente turbata per approfondire la questione. Ho pensato però di farmi aiutare da chi ha speso una vita attorno ad un chicco di caffè.



Ho conosciuto Enrico Meschini davanti ad una tazza di espresso, lui ascoltava questa pischella esprimere opinioni con l’attenzione che si riserva a chi ha qualcosa di tremendamente interessante da dire, io avrei voluto solo tacere per carpirgli anche solo un centesimo dello scibile che si palesava in ogni considerazione che gli ho sentito fare.

Naturalista e figlio d’arte (la prima torrefazione Meschini fu fondata nel 1895), inizia a viaggiare nei paesi coltivatori nei primi anni ’90, beccandosi del pazzo dai colleghi. È stato tra i primi a sedere a certi tavoli, tra i fondatori di SCAE (oggi SCA) e presidente CSC, un’associazione che si occupa in estrema sintesi di tracciabilità e qualità dei caffè selezionati. Insomma, il curriculum farebbe impallidire chiunque, non potevo non fargli qualche domanda.

– Enrico, andiamo per ordine, lo studio che cito nel pezzo è autorevole?

“Assolutamente, peraltro conosco bene Aaron Davis, un po’ il deus ex machina del progetto, ho collaborato con lui raccogliendo materiale in Uganda. Si parla di circa 4 anni fa”.

– Dobbiamo effettivamente preoccuparci? Qual è il punto di vista di chi lavora nel settore da sempre?

“Fare una valutazione di ciò che si è potuto osservare nel corso degli ultimi vent’anni è abbastanza difficile, perché queste cose non si toccano con mano se non nei punti critici. Quindi ad esempio se uno andasse a visitare delle piantagioni di Arabica che crescono ad altitudini piuttosto basse, vedrebbe già i segnali di questi cambiamenti, perché è appunto nelle situazioni più estreme in cui si possono scorgere certi effetti. 

Personalmente non ho ancora osservato questi cambiamenti sulle specie selvatiche, quello che ho potuto vedere nel corso degli anni sono i migliaia di ettari di piantagioni abbandonate per concomitanza tra prezzi  bassi e gli effetti del nino e della nina (gli uragani, ndr). Ho visto piantagioni bruciate dal gelo. Sono senz’altro situazioni puntiformi che fanno riflettere, e inserite in un contesto più ampio di studi vengono interpretate in una determinata maniera.

Però non è osservando esclusivamente questi fenomeni che possiamo affermare che ci siano ripercussioni significative dovute a variazioni climatiche in corso. Ciò che sappiamo, e che è stato evidenziato in maniera precisa proprio in relazione al genere Coffea, è che è in atto un aridimento costante di fasce ampie, e che questo inaridimento porterà inevitabilmente ad una variazione nei raccolti di caffè.

La cosa brutta è che tutti un po’ ci adattiamo, aspettiamo, ci limitiamo ad osservare questo cambiamento progressivo ma non essendo una cosa che ci piomba improvvisamente addosso ce ne preoccupiamo poco. Ci torna comodo non vedere. È chiaro che anche il caffè andrà in quella direzione, la questione è più sul come ci andrà.

Sicuramente ci sarà una diminuzione nella produzione per ettaro e negli ettari coltivati. Potremmo fare un’analogia con quello che accadde negli anni ’80 in Brasile. Ci furono anni in cui puntualmente, nel pieno dell’inverno australe, la temperatura scendeva sotto lo zero e le gelate bruciavano le foglie e, nel caso di eventi severi, l’intero albero.


Una parte dei coltivatori dello stato di Paranà, stanchi di fare i conti con problematiche di questo tipo e produzioni compromesse, si spostarono nel Cerrado Mineiro. Fu una vera e propria migrazione, la stessa migrazione che Aaron Davis e colleghi suggerivano come soluzione per sopperire alle problematiche legate al caffè etiope. Un qualcosa di assolutamente utopistico per il mercato africano, ma che in parte è stato attuato in Brasile negli anni ’80 appunto”.



– Parli di utopia per una questione meramente economica, di mezzi e possibilità?

“Stiamo parlando di un mercato composto da migliaia di piccolissimi produttori. Ci vorrebbe un’istituzione intergovernativa per convincere gli agricoltori a spostarsi altrove. Oltre al fatto che ci vorrebbero delle zone forestate, quindi bisognerebbe riforestare. Il progetto “Forrest belt” nato una decina d’anni fa per riforestare la cintura che dalla costa atlantica africana arriva all’oceano Indiano è stata finanziata solo in parte. E come tutti i progetti di grandissimo respiro è agonizzante.

E se i progetti ambiziosi sono inefficaci, le foreste ahimè continuano ad essere distrutte più o meno abusivamente. Con l’arrivo dei cinesi in Africa il territorio è stato pesantemente depauperato. Il colonialismo non è stato nulla in confronto.



La mia sensazione è che se si va nella direzione intrapresa il problema non sarà tanto il caffè, ma tutto il resto. I cereali tanto per fare un esempio. Ciò che insomma porterà alle grandi migrazioni”.

– Voi come associazione, tu come uomo di scienza e imprenditore, avete in animo qualche azione a riguardo?

“Cerchiamo nel nostro piccolo di fare cultura, di istruire gli agricoltori per farli essere meno in balia degli eventi. Aumentare la coscienza di sé per poter far fronte a certe problematiche. Ma certe azioni devono essere appunto corali, governative, la singola associazione da sola può fare molto poco”.

– Insomma, dovremo fare i conti con una diminuzione della produzione delle specie coltivate e un significativo impoverimento della biodiversità in quelle selvatiche?

“Purtroppo sì, sopratutto in alcune aree, non so dirti quando, credo nessuno saprebbe dirtelo con precisione ma è un fatto certo. Sottolineerei appunto che lo studio si è occupato di specie selvatiche e non coltivate, quelle non sono prese in considerazione proprio perché su quelle interviene forzatamente la mano dell’uomo”. 


– Mi sembra di capire sia una questione di clima e territorio più che di specie, sbaglio?

“I due fattori sono correlati, perché se è vero che clima e territorio sono determinanti nell’ottica della selezione, è altresì vero che esistono specie più adatte di altre ad affrontare le sfide ambientali del prossimo futuro. La robusta ma non solo, esistono già varietà di Arabica ibridate che contengono nel loro patrimonio genetico un po’ di Robusta. Il Catimor, tanto per fare un esempio”.

– Insomma, lo scenario dipinto dai ricercatori corrisponde al vero, se continuiamo in questa direzione assisteremo ad un progressivo impoverimento delle varietà selvatiche e ad una diminuzione nella produzione di quelle coltivate. L’adagio è sempre lo stesso, occorrono politiche governative capaci di invertire la rotta, ma anche maggiore consapevolezza in chi poi sceglie (spesso inconsapevolmente) di finanziare azioni scellerate, magari storcendo il naso per quell’euro e 10 scontrinato a colazione.

L’ignoranza è sempre meno giustificabile, non credete?



fonte: dissapore.com 

Commenti